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Pitagora e la scuola pitagorica

Pitagora (VI sec. a.C.) fu il primo uomo a usare il termine “filosofia”(= amore per la conoscenza), intendendola come un'aspirazione verso la verità o meglio la tendenza profonda di ogni essere verso la contemplazione. Tale contemplazione, intesa come scoperta e assimilazione al divino, è l'ideale della vita e della vita filosofica in particolare. La filosofia perciò deve coincidere con una scelta esistenziale, con la ricerca della verità e dell'illuminazione e non può ridursi a semplice attività intellettuale.

Pitagora, nato nell'isola di Samo, ha partecipato ai “misteri” eleusini, dionisiaci e orfici, ha compiuto viaggi in Persia, Babilonia ed Egitto. Infine approdò in Italia, insediandosi a Crotone dove fondò una scuola che ebbe grande influenza sulla spiritualità occidentale.

La scuola pitagorica comportava un'iniziazione e un'intensa vita comunitaria. Ad essa potevano accedere anche le donne, sempre che ne avessero l'attitudine. Ricollegandosi alle concezioni orfiche e orientali, Pitagora riteneva che l'uomo avesse un'anima immortale, oscurata però dalle passioni, dagli impulsi irrazionali e dai falsi valori. Per sfuggire al ciclo delle rinascite era necessario dedicarsi ad una vita integralmente contemplativa. Quindi Pitagora alla via dionisiaca dello sfrenamento dei sensi contrapponeva la via apollinea delle virtù, della conoscenza e della meditazione.

Nella sua scuola vi era distinzione tra iniziati veri e propri e semplici aspiranti. I primi avevano già superato delle prove e vivevano in comunità dividendo con gli altri i loro beni; i secondi stazionavano in attesa di essere accolti o respinti.

L'educazione impartita nella scuola pitagorica era fisica, intellettuale, religiosa e mistica. Quindi si passava dagli esercizi ginnici (che ricordano lo hatha yoga indiano) allo studio della matematica, astronomia, medicina, musica e le opere di Omero e di Esiodo, cercando di non trascurare nessun aspetto dell'attività umana, anche per questo ci si occupava di problemi politici. Infatti alcuni pitagorici furono ottimi governanti delle città italiane.

Gli studi comunque avevano lo scopo di contribuire alla purificazione (kátharsis) dell'anima, poiché la conoscenza era considerata un importante mezzo di elevazione spirituale.

Fra le virtù perseguite importanti erano la pietas religiosa, ovvero il rispetto verso gli dei, e l'amicizia verso il prossimo, un principio questo che ritroveremo nel cristianesimo. Secondo la dottrina della metempsicosi tutti gli uomini dovevano considerarsi fratelli e rispettare le altre forme di vita, da qui la pratica del vegetarismo. I mezzi per purificarsi comprendevano la dieta che escludeva la carne e il vino, la riduzione del sonno, la ginnastica, l'educazione (paideia) e l'ascesi spirituale.

Tra le varie pratiche quella del silenzio era intesa a favorire la concentrazione e la contemplazione. Giamblico riferisce che Pitagora imponeva cinque anni di silenzio agli aspiranti, i quali dovevano affidare i loro beni a degli amministratori. Al termine dei cinque anni se erano considerati degni di essere iniziati diventavano “esoterici” e potevano ricevere l'insegnamento diretto del maestro, in caso contrario riprendevano i loro beni raddoppiati e venivano considerati come morti. Anche la musica era utilizzata come mezzo catartico di elevazione spirituale. Certe melodie avevano il potere di combattere gli stati depressivi, mentre altre contrastavano gli stati d'ira e di eccitazione. In genere lo studio e la pratica della musica avevano lo scopo di creare quell'armonia universale che è espressione diretta del divino.

Lo studio delle scienze mirava anch'esso ad un avvicinamento alla trascendenza, poiché studiare con la mente rivolta al divino porta alla purezza di spirito e alla acutezza mentale. Attraverso la realizzazione di una sintesi delle conoscenze ( conoscenza metafisica e scienze naturali) si combatte il primo dei mali che è l'ignoranza e si arriva alla contemplazione dei misteri divini.

Interessante era lo studio che Pitagora faceva degli aspiranti discepoli, osservando, da una parte, la fisionomia, l'andatura, il modo di muoversi, i desideri e le tendenze e, dall'altra, i loro rapporti interfamiliari. Si trattava insomma di una indagine psicologica in quanto per una completa purificazione è necessario prendere coscienza dell'io psicologico, perché se è vero che il sé divino, l'anima, prescinde da ogni psicologia, l'individuo che vuole ad esso accostarsi deve invece tenerne conto. La conoscenza del proprio ego è importante e rappresenta già una forma di catarsi. Per Pitagora la cosa più difficile era conoscere se stessi, mentre era facile seguire le abitudini fisiche e mentali, le convenzioni e i luoghi comuni. La conoscenza di sé implicava, in ultima analisi, la conoscenza del sé divino ossia della nostra anima immortale e di Dio come Signore di tutto.

Pitagora impartiva spesso il suo insegnamento sotto forma esoterica, imponendo il segreto ai suoi discepoli, non per nascondere la verità, ma per preservarla da coloro che avrebbero potuto abusarne.

Per Pitagora il valore più alto dell'armonia era espresso dal numero, un archetipo trascendente dotato di virtù sacra ed esoterica. Così la verità immobile era rappresentata dal numero uno, l'opinione che muta dal numero due, il matrimonio dal numero cinque perchè nasce dall'incontro del primo pari con il primo dispari, e così via. Ogni cosa è rappresentata da un numero che ne esprime l'essenza, quindi la conoscenza scientifica diventava in realtà una introduzione al mondo della trascendenza.

Purtroppo, già ai suoi tempi, si delineò fra i suoi stessi discepoli la distinzione tra quelli che seguivano la via più mistica (acusmatici) e quelli che seguivano la via più speculativa e scientifica (matematici), che segnò la rottura tra sapienza-contemplazione e razionalità discorsiva. Questo favorì lo sviluppo di quella mentalità scientifica che alienava l'uomo dal suo nucleo più profondo e spirituale e segnò l'inizio della divisione fra civiltà occidentale e civiltà orientale, che ancora oggi condiziona l'uomo.

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