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Il realismo logico del Nyaya

Nyāya e Vaiśesika rappresentano una filosofia di tipo analitico e difendono il senso comune e la scienza. Ciò che distingue queste scuole è l’applicazione di un metodo scientifico a un argomento. Applicano i metodi della ricerca logica e della critica. Ciò che ci viene fornito dalle Scritture o dalla testimonianza dei sensi dev’essere sottoposto ad una ricerca critica. Il Nyāya è disposto ad accettare come verità qualsiasi cosa venga dimostrata dalla ragione. Ciò che distingue il Nyāyaè l’occuparsi in senso critico dei problemi metafisici.

Il Nyāya prende in considerazione il mondo interno e descrive a grandi linee il meccanismo della conoscenza e si batte contro lo scetticismo che dichiara che non vi è niente di certo. Il Vaiśesika prende in considerazione il mondo esterno e ha come obiettivo principale l’analisi dell’esperienza. Formula concetti generali che si applicano alle cose conosciute, sia mediante i sensi sia mediante l’inferenza o l’autorità. In genere questi due darśana vengono considerati come facenti parte di una sola disciplina e spesso il Vaiśesika viene usato come supplemento del Nyāya. Vengono così chiamati Samāna tantra o dottrine collegate perché entrambi credono nella pluralità delle anime, in un Dio personale, in un universo atomico e si servono di argomentazioni in comune. Tuttavia il Nyāya si concentra sulla parte logica, mentre il Vaiśesika su quella fisica.

Il Nyāya serve da introduzione ad ogni scuola filosofica poiché ogni scuola accetta i principi fondamentali della logica.

Ogni scienza è un nyāya ossia un indagare a fondo un argomento. Il Nyāya studia lo schema generale e il metodo delle indagini critiche. Esso si sviluppò dalle discussioni dialettiche per questo chiamato pure scienza del dibattito o della discussione.

La storia della letteratura Nyāya si estende lungo un arco di 20 secoli e il Nyāya Sutra di Gautama costituisce il primo manuale Nyāya. A questo seguono altri scritti che sono commenti al primo manuale.

Il termine Nyāya significa letteralmente “ciò per mezzo del quale la mente viene condotta ad una conclusione”, detto anche scienza del giusto ragionamento. La conoscenza implica 4 condizioni:1) il soggetto conoscitore, 2) l’oggetto su cui viene diretto il processo di conoscenza, 3) il mezzo di conoscenza (pramāna), 4) il risultato di questo processo. Ogni atto conoscitivo valido o non valido possiede 3 fattori: soggetto, oggetto e relazione di conoscenza tra i 2; però la natura di questa conoscenza se cioè sia valida o meno dipende dal terzo fattore ossia pramāna che è causa efficiente della conoscenza in circostanze normali.

Pramāna è “ciò tramite cui il soggetto conoscente conosce l’oggetto e produce cognizione. Ove è presente la cognizione si manifesta, ove è assente la cognizione non si manifesta. Pramāna è l’aspetto più importante poiché prima di indagare sulla natura degli oggetti dobbiamo conoscere la validità dei mezzi di conoscenza.

I 4 Pramāna tramite cui viene ottenuta la giusta conoscenza sono:

Pratyakşa o percezione diretta,

Anumāna o inferenza,

Upamāna o comparazione,

Śabda o testimonianza verbale.

 

 

Pratyakşa è la più importante fonte di conoscenza, tradotta con percezione diretta Gautama la definisce come “quella conoscenza che nasce dal contatto di un organo sensoriale con il suo oggetto”. Questa definizione presume vari fattori: i sensi, i loro oggetti, il contatto o la relazione tra essi e la cognizione risultante da questo contatto. I sensi sono 5, ma condizione della percezione è il manas o mente. Il manas fa da intermediario tra il sé e i sensi. Quando il manas è in contatto con un organo sensoriale la percezione avviene. Manas viene definito anche come senso interno tramite cui si apprendono gli stati interiori della sensazione, dei desideri e delle cognizioni. In definitiva la percezione suppone il contatto del sé con il manas, del manas con i sensi e dei sensi con l’oggetto.

Anumāna tradotto con inferenza significa valutare in base a qualche cosa. L’inferenza opera in relazione a cose che sono dubbie. Viene usata per conoscere quella parte di realtà che non ricade nella sfera di ciò che si percepisce in modo diretto. Nell’inferenza si passa da ciò che si percepisce a ciò che non si percepisce ma è in relazione con quello.

Upamāna tradotto con comparazione è il mezzo tramite cui otteniamo la conoscenza di una cosa per la similarità con un’altra ben conosciuta. La rassomiglianza deve essere importante o essenziale e deve avere una relazione con il legame causale.

Śabda o conoscenza verbale si basa sulla testimonianza di altri nei confronti di qualcosa. E’ quello che viene imparato tramite le Scritture, la tradizione storica e popolare e a cui naturalmente attribuiamo autorità.

Il Nyāya accetta la metafisica del Vaiśesika e considera il mondo della natura come un complesso di atomi eterni, inalterabili e senza causa, esistenti indipendentemente dai nostri pensieri. Secondo il Nyāya nell’universo vi sono elementi che non sono corporei come: le cognizioni, i desideri, le avversioni, le volizioni e le sensazioni di piacere e dolore. Tutte queste modalità di coscienza sono transitorie e quindi non devono essere identificate con le sostanze, ma considerate come qualità della sostanza chiamata anima. L’anima è un essere sostanziale reale che ha per sue qualità il desiderio, l’avversione, la volizione, il piacere, il dolore e la cognizione. Il corpo è uno strumento per manifestare la coscienza ed è la sede dei sensi, della mente e dei sentimenti. Non possiamo identificare il corpo né con la coscienza né con il sé che la possiede. Né possiamo identificare l’anima con manas , che è solo uno strumento con il cui aiuto l’anima pensa. Quindi non si può identificare il sé né con il corpo, né con i sensi, né con il manas perché esso è presente anche quando il corpo è dissolto, i sensi sono stati interrotti e il manas è stato reso quiescente. L’anima è senza parti ed eterna. E’ unica in ciascun individuo per cui abbiamo un numero infinito di anime poiché se così non fosse ognuno sarebbe conscio dei sentimenti e dei pensieri di tutti gli altri. La coscienza viene considerata come una qualità dell’anima, prodotta nello stato di veglia dall’unione dell’anima con il manas, perciò una qualità intermittente del sé. Non può esistere indipendentemente dal sé.La connessione dell’anima con il corpo è chiamata nascita e la sua separazione da esso morte. Ogni anima abbraccia molte vite. Ci deve essere un futuro in cui noi possiamo cogliere i frutti delle nostre azioni e un passato che spieghi le differenze nei nostri attuali destini. Quando il karma ossia il frutto delle azioni è esaurito la nostra anima è libera dal ciclo delle rinascite e consegue la liberazione. La liberazione è libertà dal dolore. E’ beatitudine suprema caratterizzata dalla calma perfetta e dalla libertà da ogni contaminazione.

Il più grande contributo del Nyāya al pensiero indù sta nel suo metodo d’indagine critica e scientifica. Esso tracciò la mappa del mondo della conoscenza nelle sue linee essenziali e diede alle sue principali suddivisioni i nomi che ancora oggi esse mantengono nel pensiero indù. La forza, ma anche la debolezza della filosofia Nyāya, sta nella sua fede che il metodo del senso comune e dell’esperienza ordinaria possono essere applicati ai problemi di religione e di filosofia. Un universo pluralistico basato sul dualismo fondamentale tra anima e materia è abbastanza legittimo come procedura e come metodo, ma non può essere trasformato in una filosofia di ordine generale. Il punto di vista del Nyāya quindi è indubbiamente uno stadio naturale e necessario dell’evoluzione del pensiero, ma non è affatto quello decisivo e definitivo.

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